Il mondo Open Hardware: quando le licenze non sono licenze

Ospitiamo con piacere una sintesi dell’intervento tenuto da Andrea Zappalaglio, DPhil researcher, University of Oxford, all’evento co-organizzato insieme a Custodi di Successo “I makers e i business angels. Custodi di Successo incontra Make in Italy ” il 16 gennaio 2015.

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L’Open Hardware (OH) viene definito dalla Open Source Hardware Association come “(…) l’hardware il cui progetto è reso pubblico in modo che chiunque possa studiare, modificare, distribuire, realizzare, e vendere il progetto o l’hardware basato su di esso. (…). L’hardware open source dà alle persone la libertà di controllare la loro tecnologia, la condivisione della conoscenza ed incoraggia il commercio attraverso lo scambio aperto di progetti.”

 

Quindi, il metodo OH altro non è che un nuovo modo, collaborativo e non proprietario, per sviluppare tecnologia. È concettualmente opposto ai brevetti dei quali, per altro, non rispetta i requisiti essenziali: la logica “open” si gioca in partenza il requisito della novità, essenziale per i brevetti (assieme alla non ovvietà ed alla possibilità di applicazione industriale). Infatti, per conservare questo requisito è necessario che l’informazione resti segreta sino al deposito della domanda di brevetto, altrimenti diventa parte dello stato dell’arte e non c’è più nulla da fare.

 

Generalmente si dice che l’OH si protegge tramite licenze. Spesso si applicano le celebri Creative Commons per analogia con l’Open Software e il materiale soggetto a Copyright. Tuttavia, da tempo sono diffuse anche diverse licenze apposite per l’OH. Giusto per citarne tre: la TAPR Open Harware License; la CERN OH License e i Principi OSHWA.

 

C’è però un problema. Queste… non sono licenze perché non c’è nulla da dare in licenza! La ragione è questa. Nell’ambito del copyright il diritto sorge spontaneamente, ergo, se scrivo una canzone acquisto subito lo status di autore e divento titolare di un autentico diritto di proprietà seppur “intellettuale”, cioè che ha come oggetto qualcosa di intangibile. Fatto ciò, posso gestire il mio diritto come meglio credo tramite licenze tradizionali oppure via Creative Commons o altre.

 

Nell’ambito OH, invece, non c’è nessun diritto alla base. Da questo punto di vista le “licenze” OH sono semplici contratti. Cioè significa che, al contrario dei diritti di PI, non sono opponibili a terzi. Quindi, se A stipula un accordo con B per lo sviluppo in modalità OH della tecnologia X, B è certamente vincolato. Ma se un terzo, che chiamiamo C, viene a conoscenza dei dettagli dell’invenzione e ci lavora senza rispettare i termini dell’accordo tra A e B, nessuno potrà farci nulla.

 

Quanto grave è questa stranezza? Probabilmente non molto. Basta che l’inventore OH conosca questi inconvenienti e non li consideri inadatti al modello di business che ha in mente. Dopotutto, la tecnologia sviluppata con la logica OH non è scippabile da nessuno perché nessuno la può brevettare.

 

Certo, la tentazione di poter rivendicare un assoluto diritto di proprietà è sempre tanta e l’OH non dà questa possibilità. Tuttavia, ciò deve essere preso dagli inventori OH come un incentivo a fare gruppo e ad escludere i profittatori. Infine, se si cerca una soluzione nell’ambito della PI, la si può trovare nell’ambito dei marchi. Il marchio catalizza l’attenzione dei consumatori e dei clienti che sceglieranno la tecnologia sviluppata dagli sviluppatori di cui si fidano piuttosto che a misteriosi cloni poco conosciuti. Ovviamente, funziona bene se il gruppo di inventori è bravo a costruirsi una forte reputazione e se vi è un buon budget per pubblicizzare il tutto. Ricette magiche non esistono, ma abbracciare l’OH significa, in fin dei conti, rinunciare ad una logica proprietaria per passare ad un’altra fondata sulla competizione e la reputazione. Ciascuno sceglierà la propria strategia e i relativi rischi. Ciò che un inventore OH deve chiedersi è “Sono pronto per la sfida?”

Per contattare l’autore:  andrea.zappalaglio@law.ox.ac.uk

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