PopupMakers: networking al tempo dei maker

lampade Zezelj a PopupMakers, Milano

lampade Zezelj di Giorgia Brusemini a PopupMakers c/o Valcucine, Milano

Quest’oggi pubblichiamo un’intervista a Zoe Romano in merito a una delle diverse iniziative che sta animando: PopUp Makers. Si tratta di un evento di connessione tra makers, a cadenza mensile, in cui si presentano e discutono idee avendo spesso il supporto dei prototipi: un modo efficace di condividere il percorso creativo, le difficoltà incontrate e i risultati raggiunti all’interno di una dinamica di scambio reciproco tra chi presenta e il pubblico. Nato a Milano, si è già diffuso a Roma, Torino e Napoli. Sul loro sito trovate informazioni più precise:

Andrea – Come potrai immaginare dai miei interessi, ci terrei molto ad approfondire il lato impresa.  Ho riletto il sito PopUpMakers e trovato questa frase: “Non ci devi vendere nulla e qui non troverai finanziatori pronti a trasformare la tua idea in un’impresa.” Come mai? Vi serve a trasmettere il senso del progetto (condividere ciò che si è imparato facendo) e a distinguervi dal mondo degli startuppari o significa che non volete davvero finanziatori nel pubblico?

Zoe – Da una parte abbiamo pensato che per raccontare di Makers bisognasse trovare un format diverso e un tipo di racconto che si distinguesse da quello classico degli startuppari. Non tanto perché volessimo creare una distanza ma perché stiamo cercando di far nascere un tipo di networking tra makers che ha come primo obiettivo quello dello scambio di conoscenze e di informazioni, specialmente su come si fanno le cose. E c’è una grossa differenza quando si passa dai bit agli atomi. E poi volevamo condividere con un un giro piu’ ampio  un tipo di conversazione che ci capita spesso di fare quando incontriamo persone e progetti nuovi. Mi è successo di avere conversazioni molto interessanti durante l’aperitivo, quando mi confronto con amici o anche sconosciuti e ci si mette a parlare delle sperimentazioni in corso e la prima cosa che mi viene in mente è: “ah dovrei farti incontrare questa persona, oppure Tizio e Caio  stanno lavorando su una cosa simile…” ecco, volevamo rendere più diffuso questo momento di scoperta.

Cerchiamo di invitare e far presentare progetti sia in una fase molto embrionale, sia altri che sono magari già in commercio ma che hanno avuto una genesi molto da maker. E’ importante mostrare il processo di come si passi da un prototipo a un prodotto e quali scelte, percorsi sono stati fatti.

Mettere il focus sullo scambio più che sul pitch significa anche mantenere un equilibrio tra chi presenta e chi ascolta. Se pensi di aver di fronte qualcuno che può finanziarti il progetto invece che un possibile collaboratore, inevitabilmente cambia il modo in cui lo racconti, c’è più tensione nell’aria, diventa quasi una performance. Vorremmo invece ricreare quel tipo di conversazioni che avvengono in un makerspace o fablab, quando ti imbatti in qualcuno che ti incuriosisce e ti fermi a parlare per avere più informazioni e capire cosa sta facendo e come mai. In questo contesto riesci anche a superare la paura del fallimento e ti accordi di punti di forza e debolezze di ciò su cui stai lavorando. Bisogna avere tante buone idee e concretizzarne a sufficienza per accumulare esperienza e raggiungere una capacità di individuare i problemi e trovare soluzioni che trasforma un’idea in un’impresa.

Andrea – Leggendo i progetti, alcuni si prestano a essere commercializzati: perché non invitare allora imprese che possono aiutare i makers come produttori, investitori o distributori? Si rischia di snaturare l’evento o creare aspettative eccessive?

Zoe – Stiamo vivendo ancora una fase costitutiva. La scena maker non è matura e se non si mette il focus sui progetti e sui processi si rischia di creare una bolla. Negli ultimi anni in Italia sono nati molti più marketplace per maker che non progetti veramente interessanti fatti da maker. E questi marketplace mettono in vendita prodotti che stanno a metà tra l’artigianato, craft e design, ma è raro vedere progetti più maturi che mettono a frutto a pieno un cambio di paradigma che è in atto. Per ogni 1000 progetti pubblicati e realizzati, al massimo due o tre saranno quelli che faranno la differenza. Oggi non c’è ancora un ecosistema che produce questi 1000 progetti all’anno dai cui poi sbocceranno quelli su cui vale la pena investire. In generale vediamo anche una certa paura del fallimento e il timore del confronto. Molti pensano di avere un’idea originale tra le mani, ma è solo perché non sono consapevoli di quello che c’è in giro o non si sono confrontati con persone con piu’  esperienza. Ecco, con WeMake ci stiamo muovendo affinché possa crearsi un humus in cui far nascere collaborazioni e contaminazioni fra maker e velocizzare il processo di innovazione e concretizzazione.

Quando avremo una lunga lista di attesa per presentare progetti a PopUp Makers, significherà che c’è il movimento giusto :))

Andrea – Come valuti l’azione di “networking” operata da PopUp Makers? Ti andrebbe di darci qualche numero su quante persone avete coinvolto finora? Sei a conoscenza di collaborazioni nate tra presentatori e pubblico in seguito agli eventi?

Zoe – Siamo partiti a febbraio e siamo al settimo appuntamento. In media abbiamo una cinquantina di persone che assistono agli eventi.

Si, ci sono stati momenti di confronto interessanti che sono nati durante l’evento e alcuni sono proseguiti con vere e proprie collaborazioni.

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